La fecondazione assistita
MATERNITÀ DI STATO
Maria Luisa Boccia
Dopo vent'anni, il Parlamento italiano ha approvato una
pessima legge sulla fecondazione assistita. Una legge-manifesto, che
sacrifica l'esigenza prioritaria della tutela della salute della
donna e dei nascituri a un'ideologia rigida e astratta, intrisa di
valori, che vengono affermati come obblighi: ogni embrione deve
essere impiantato e fatto nascere, ogni `coppia' genetica deve
costituire una famiglia giuridica. Il rispetto di questi obblighi,
sanzionati con pene, riguarda solo chi ricorre alle tecniche -
almeno finché l'aborto è legale e dal momento che per il codice le
figure giuridiche di padre e madre non coincidono con i genitori
biologici. Basti pensare all'adozione, ma anche alla norma, ben più
antica, sulla paternità presunta. Tutti coloro che sono esclusi
dalla fecondazione assistita, perché non corrispondono ai requisiti
richiesti - il seme e l'ovulo necessari al concepimento non sono
cioè di una coppia eterosessuale stabile e benestante, poiché
l'intervento non è coperto dal servizio sanitario -, possono
divenire legittimamente genitori nel vecchio modo, con un rapporto
sessuale. Si dice che lo Stato non può vietare quello che la natura
consente, mentre deve ricondurre al rispetto di una presunta norma
naturale chi vuole avere figli in modo artificiale, avvalendosi di
strutture sanitarie. In questo caso - solo in questo caso? - la
prima responsabilità verso i nuovi nati è dello Stato, e della
società tutta, proprio perché ammette un mezzo artificiale, contro
natura, di procreare. Ma è la legge dello Stato, non la natura, a
riconoscere come padre un gay, come madre una donna singola o una
lesbica in coppia, come genitori un uomo e una donna sposati, che
riconoscono il figlio di lui partorito da un'altra donna (caso
prossimo alla famigerata maternità surrogata) o concepito da lei con
altro uomo (caso analogo alla vietata inseminazione
eterologa).
La legge approvata è un tale groviglio inestricabile
da risultare inapplicabile, oltre che inconcepibile per il buon
senso, e in più punti incostituzionale. Pure è un esito coerente
della rappresentazione sulla fecondazione assistita costruita in
questi lunghi anni di inerzia parlamentare, motivata da un esclusivo
intento: enfatizzare l'allarme sociale, convogliando inquietudini
reali sull'immagine di un disordine dilagante, di eccessi
illimitati, perseguiti in modo indistinto da medici e ricercatori,
come da uomini e donne.
Da uno scandalo all'altro, scena dopo
scena, è stato raffigurato il Far West selvaggio popolato da
Frankenstein intenti a fabbricare il vivente, e da donne determinate
ad avere un figlio a tutti i costi. Donne più che uomini, poiché il
desiderio smisurato, come è noto, è intrinseco alla temibile, per
gli uomini, onnipotenza materna. Miscelando notizie sulle effettive
tappe della ricerca e sperimentazione - alcune delle quali pongono
senza dubbio questioni serie e delicate - con veri e propri falsi -
siamo pronti alla clonazione umana! - e, soprattutto, evocando
fantasmi antichi quanto l'uomo, per nutrirne l'immaginario sociale
di chi vive immerso in un mondo fantascientifico, si è creato il
contesto necessario a evocare la Legge come baluardo, ripristino
dell'Ordine, fonte esclusiva di Autorità. Poco importa se nessuna
legge può adempiere, ormai, a questo compito. Né di certo lo potrà
questa legge che, grazie al suo impianto proibizionista, avrà come
conseguenza la clandestinità, il diffondersi del mercato illegale,
il ricorso al cosiddetto turismo procreativo. E lascerà senza
riferimenti certi medici, ricercatori e cittadini.
Del resto
l'esigenza di conoscere, controllare e orientare le attività dei
centri è stata volutamente disattesa fin dall'inizio. Già nel
lontano 1985 una circolare ministeriale vietava pressoché tutto
negli ospedali pubblici, per non compromettere lo Stato con pratiche
eticamente illecite e, per lo stesso motivo, lasciava il privato
senza regole, pur di non legittimare i centri che le adottavano.
Perfino l'Ordine dei medici, invece di fornire regole deontologiche
ai suoi iscritti, si preoccupava nel '95 di definire l'idoneità dei
pazienti a richiedere l'intervento. Dunque se ci sono stati eccessi,
forme di commercializzazione, sperimentazioni azzardate, rischi per
la salute, usi discutibili di materiale genetico, la prima
responsabilità è politica e ricade sulle spalle di chi oggi plaude
alla fine del Far West: in primo luogo del composito schieramento
cattolico, ma non solo. Intendo di tutti e tutte coloro che
ritengono l'approvazione di questa legge una scelta secondo
coscienza, coerente con il rispetto di valori etici
indisponibili.
Alcuni/e favorevoli alla legge ammettono che non è
perfetta, ma obiettano che dal fronte opposto si intende affermare
una libertà illimitata, sia sul versante della scienza e delle sue
applicazioni, sia sul `diritto' a procreare se, quando e come si
vuole. Insomma il solo limite valido è il divieto imposto con la
forza della sanzione, poiché libertà equivale a liceità senza misura
e regola. Per comprendere a fondo il ritorno di questa
contrapposizione, in sé statica e inevitabilmente destinata a
rendere insanabile il conflitto etico e politico sulla regola
sociale, occorrerebbe risalire alle sue origini, alla concezione
moderna dell'individuo e dello Stato. Non mi è ovviamente possibile
farlo qui, ma davvero è difficile prendere sul serio, come andrebbe
fatto, il richiamo alle sfide epocali, alla frontiera di civiltà cui
siamo pervenuti con le tecnologie, in particolare nel campo
biogenetico, se poi non si è disposti a riconsiderare criticamente,
come anche è necessario fare, quali presupposti siano davvero in
questione, quanto siano difendibili, e soprattutto se offrono
criteri convincenti per misurarsi con quelle sfide.
Non è
neppure possibile dare conto, sia pure sommariamente, delle letture
che confutano la secca alternativa tra libertà e divieto, e mostrano
come l'ordine sociale non sia effetto esclusivo della sovranità
della legge, ma di una trama di istituzioni, di discorsi, di luoghi,
di forme, attraverso i quali il potere arriva fino ai comportamenti
più minuti e più individuali, raggiunge le forme appena percettibili
del desiderio, penetra e controlla il piacere individuale, in breve
determina verità e menzogna rispetto a chi è ognuno/a, a cosa è
questo o quell'oggetto, fatto, esperienza. È proprio dallo studio
del sesso - sessualità e procreazione - che Michel Foucault ha
tratto una teoria politica radicalmente critica sul binomio,
dominante in epoca moderna, tra legge e libertà, tra potere politico
che emana la prima e individuo che afferma l'autodeterminazione.
Sebbene quest'impostazione abbia prevalso nel discorso pubblico
sulla fecondazione assistita, le prospettive davvero inedite che le
tecnologie aprono restano in essa del tutto opache.
Una delle
conseguenze più gravi - francamente scoraggiante - del corto
circuito tra spettacolorità mediatica e appelli etici alla legge è
quella di aver sottratto alla sfera pubblica l'opportunità di
comprendere quali siano i mutamenti in atto, che risultano in grado
di incidere sul futuro, per profondità e durata, e quale rivoluzione
del pensiero richiederebbe affrontarli. Perché, se è certo che il
processo iniziato non sarà arrestato da una legge tanto ipocrita
quanto retorica, essa contribuisce a distogliere l'attenzione dagli
aspetti più problematici, alimentando l'illusione che il nuovo modo
di procreare sia stato ricondotto entro i rassicuranti argini della
terapia di coppie sterili. Non ci sarà nessuna rottura epocale del
sistema di relazioni familiari, con un moltiplicarsi vorticoso di
padri e madri. Anzi, grazie alla scienza vi sarà certezza per tutti
e tutte dell'identità biologica; anzi verrà in primo piano perfino
l'evidenza dell'`essere persona', fin dal concepimento. E al bisogno
di tutti i bambini e le bambine del mondo di avere la vera mamma e
il vero papà a fianco, almeno per quelli nati grazie alle tecniche
lo Stato offre assoluta garanzia. Non sto ironizzando, ma
riassumendo seri ragionamenti, fatti più volte in questi anni da
intellettuali ed esperti di bioetica.
Purtroppo l'argine non
tiene, perché le tecnologie tendono a ridefinire la normalità della
procreazione, sul piano simbolico prima ancora che nelle pratiche.
Se queste ultime per ora rispondono a una domanda sociale
circoscritta, anche se in espansione, prevalentemente costituita da
coppie sterili, la rivoluzione simbolica, già avvenuta, accomuna
tutte le tecniche, dalle più semplici alle più sofisticate, nella
possibilità del concepimento senza rapporto sessuale: tecnicamente
senza coito, per l'immaginario e il simbolico senza contatto tra i
corpi. Senza attivare cioè quello scambio tra sostanze biochimiche e
significati, tra fantasie e volontà che, per dirlo con la
psicoanalista Marie Magdalene Chatel «negli esseri parlanti (…)
realizza una precipitazione (in senso chimico) dell'incrociarsi di
desideri inconsci», per cui ogni gravidanza è «in qualche modo un
incidente»1.
Una volta spezzata la continuità tra rapporto
sessuale e concepimento fisico siamo entrati in quello che Jacques
Testart chiama «il tempo morale della dissociazione: ti amo e ti dò
un figlio senza carezze né contatto, ti desidero e faccio un figlio
con te senza amarti. Fino a oggi solo questa seconda ipotesi era
possibile» 2. Se vogliamo parlare di artificialità, questa consiste
nell'assenza di rapporto sessuale tra donna ed uomo. È questo a
scompaginare il rapporto tra natura e cultura, costruito da secoli,
e non già la possibilità che la coppia procreativa non corrisponda
più a quella giuridica dei genitori.
La dissociazione tra
sessualità e procreazione, se per un verso rende possibile il
ricorso a più soggetti, dando luogo alla scomposizione e
moltiplicazione di padri e madri, per altro verso accomuna questo
scenario a quello più accettato dell'inseminazione omologa nella
coppia legittima. Perché mai la tecnica di inseminazione dovrebbe
essere diversamente regolata a seconda di chi vi ricorre?
L'intervento non prevede neppure l'indispensabile partecipazione del
medico. Dove consiste, allora, l'artificialità? Nella distinzione,
come si fa intendere, tra `omologa' ed `eterologa'? In cosa, la
possibilità che una donna porti in sé il frutto di un seme diverso
da quello del marito, costituisce un artificio? È qui la frattura
creatasi rispetto al modo normale di concepire, al modello sociale
di filiazione? O non è piuttosto la messa fuori scena della
sessualità che contraddistingue, sia pure con diversa intensità,
l'inseminazione come la fecondazione in vitro (Fivet), omologa o
eterologa?
Se nelle pratiche sessuali sono i corpi che parlano, a
volte assecondando, altre smentendo le scelte consapevoli, i
desideri elaborati, anche nelle nuove pratiche non è solo il saper
fare strumentale a decidere dei risultati. Non basta sostituire
materiale efficiente per porre riparo. Si attivano fantasie sessuali
insieme all'immaginario sulle tecnologie. Donne e uomini che vi
ricorrono comunicano tra loro e con i medici in una lingua che
miscela biologico, immaginario e simbolico, creando legami diversi
da quelli tra domanda e prestazione. Si può ipotizzare che
`concepire senza contatto' incida profondamente sul desiderio: posso
avere un figlio mio, senza patire del legame con l'altro. La
fantasia narcisistica è stigmatizzata per stilare la lista degli
anormali, ma è presumibilmente attiva anche nei normali.
Nell'ottica impersonale della tecnica il sesso è un mezzo che
può funzionare più o meno bene, si tratta di perfezionarlo o
sostituirlo. Per farlo, le tecnologie per un verso mimano il
processo `naturale', e per un altro lo modificano più o meno
massicciamente. Come già sapeva Francis Bacon, per dominare la
natura occorre conoscerla ed obbedire alle sue leggi. Per ottenere
un concepimento il medico deve trattare «organi senza corpi» 3,
scomponendo la procreazione in funzioni e sostanze, diversamente
rilevanti per le distinte fasi del processo, con relativi problemi
di disponibilità e uso. Questo punto di vista, necessario per
intervenire, si riproduce nella rappresentazione sociale e nella
percezione soggettiva di chi vive nel corpo questa riduzione ad
organi: la donna. Se generare è un problema di organi da combinare,
riproducendo la sequenza delle loro funzioni, anche in modi
distinti, e ottenendoli da corpi diversi, si rafforza l'idea che
tutti soggetti abbiano uguale diritto e possibilità di farlo,
utilizzando materiale biologico proprio o altrui. Da qui il discorso
sul riconoscimento di questo diritto, garantendo a tutti e tutte
uguali opportunità di accesso alle tecniche. Ho già detto che
considero bizzarro, oltre che costituzionalmente discutibile,
vietare per queste ultime quello che non si può non ritenere
legittimo per il sesso. E tuttavia questo diritto individuale e
uguale poggia sulla finzione che sia definitivamente azzerata la
differenza tra donna ed uomo, proprio sul nodo cruciale della
procreazione.
Ma le tecniche non possono sostituire il corpo
femminile, tuttora indispensabile nella gravidanza. Né l'utero è un
organo disponibile all'uso, separato dal corpo, dunque dalla donna.
Equipararlo agli altri organi riproduttivi, come avviene di
frequente, tradisce l'assurdità di questa distinzione tra i corpi,
la disponibilità di parti e funzioni e le libere volontà soggettive
che si accordano attorno a questo uso. Equiparare seme, ovocita e
utero riduce la gravidanza a un transito come un altro verso la
nascita. L'embrione ottenuto dalla provetta passa al grembo senza
che questo venga ritenuto l'evento decisivo per la sua vita, per il
suo esserci nel mondo. Concepimento, gravidanza, parto diventano
stadi diversi di un unico processo: momenti di una stessa vita
racchiusa nella biologia.
Non va sottovalutata la forte
discontinuità che l'extracorporeità rappresenta. Poiché l'essenziale
è avvenuto fuori di lei (senza lei?) , per la donna gestante si
tratta di completare l'opera. Ma, finché l'extracorporeità dovrà arrestarsi alla soglia della gestazione, i figli della scienza
continueranno a essere `nati da donna'. Alla gestazione corporea
resta quindi connessa la differenza tra divenire madre e divenire
padre.
Tuttora il Codice civile riconosce come madre colei che
partorisce. Un riconoscimento che diviene problematico dal momento
che non vi è più coincidenza tra `madre' genetica e `madre'
gestante. Ed è questa l'altra novità sconvolgente prodotta dalla
fecondazione in provetta. Per la prima volta due donne possono
contribuire alla nascita di un nuovo essere umano, senza che vi sia
relazione con un uomo, dell'una o dell'altra; è sufficiente la
disponibilità di seme congelato. Ovviamente le due donne devono
ricorrere all'imprescindibile mediazione del medico, e alla
complessa struttura che egli ha alle spalle. Viceversa per un uomo
non è sufficiente procurarsi un ovulo, o un embrione, deve esserci
una donna che acconsenta al suo reimpianto e a partorire il figlio
di lui. Lungi dall'avvicinare la prospettiva di una parità biologica
e giuridica tra i due sessi, le tecnologie riattivano, come ho già
detto, tutti i fantasmi sull'onnipotenza materna. Non è difficile
ricondurre a questo la difesa del modello di famiglia tradizionale.
Nella famiglia eterosessuale, anche nella versione aggiornata della
parità di diritti, l'uomo resta la figura centrale; attribuendo alla
coppia la normalità della scelta procreativa, il suo diritto
continua a essere privilegiato rispetto al differente potere di
generare di donne ed uomini.
Finché si nasce da donna, anche la
tutela dei non-nati non può prescinderne. Non vi è diritto che possa
essere fatto valere, in nome del concepito che non si traduca per la
donna in un dovere giuridico di portare a termine la gravidanza. La
legge italiana, da poco approvata, prevede l'obbligatorietà
dell'impianto dei tre embrioni ottenuti. Essendo vietata la `revoca
del consenso', la donna non ha scelta, anche se la situazione è
mutata o, semplicemente, valuta diversamente le conseguenze al
momento di decidere l'impianto. È davvero mostruoso ipotizzare di
costringerla, contro la sua volontà. Ed è contro il buon senso
affermare che il riconoscimento del diritto a nascere non mette in
questione l'aborto. La conclusione coerente di quel diritto è di
vietare, senza eccezione alcuna, ogni sua violazione. Perfino se si
dovesse scegliere tra le due vite, questo paradossale `diritto
dell'embrione' - patrocinato dalla legge - andrebbe privilegiato sul
diritto della donna, se è compito dello Stato proteggere i più
deboli. Evocata dal concepimento fuori del corpo materno,
l'indipendenza acquisita dal concepito consente alla società e allo
Stato di controllare in forme odiose il corpo femminile.
All'idea
che l'embrione sia autonomo fin dal concepimento le tecnologie
offrono una parvenza realistica, eternizzando la sua fantasmatica
presenza. Si discute se l'embrione è o no persona senza fare
distinzione tra grembo materno e provetta, come se fosse
trascurabile se a fare il vivente sia il corpo o lo strumento. E
come se tra embrione in vivo e in vitro la condizione fosse la
stessa, e dunque si dovessero adottare gli stessi principi per
decidere cosa è lecito o no fare Ma la personificazione trae forza
simbolica dall'immagine di un essere vivente, più difficile da
riconoscere in un insieme di cellule congelate, dunque la vita deve
essere presa in carico, assistita, difesa, nel luogo concreto del
suo farsi, il corpo femminile. La presunta indipendenza
dall'embrione in vitro serve a giustificarlo.
Ma la nozione di
persona giuridica è inapplicabile alla relazione primaria, di
dipendenza corporea e non solo, con la donna. In quanto soggetti di
diritti, embrione e donna o sono considerati autonomi l'uno
dall'altra, come se fossero separati, anche e prima di tutto
nell'integrità dei corpi; oppure l'embrione è parte inscindibile del
suo corpo, della quale lei disporrebbe come di altre. In entrambi i
casi si nega la realtà sui generis della relazione grazie alla quale
la vita prende forma in un essere distinto, pronto a separarsi dalla
madre. Sottratto all'essere generato da madre, il non-nato
appartiene tutto e subito allo Stato che fa della sua vita, fin
dall'inizio, una materia sua. Catturato dal biologismo proprio delle
tecnologie, il diritto presume di fondarsi sulla verità biologica,
versione aggiornata, quanto dogmatica, del giusnaturalismo. Ma, una
volta ridotta la nascita a una modo tecnico di venire al mondo,
concentrato il senso dell'essere umano nell'identità genetica,
davvero non c'è modo di porre un limite all'intervento invasivo,
politico e tecnologico, sul vivente.
Per concludere, la
procreazione assistita mostra in tutta evidenza che le relazioni
procreative sono tuttora centrate sulla figura femminile. Rispettare
la volontà della donna «di procreare e costituire la forma di
famiglia che meglio crede, liberamente e responsabilmente»,
«eliminare qualunque limite che ponga impedimenti alla sua volontà»,
favorire «un'etica civile non priva di componenti pragmatiche»: sono
questi i criteri ai quali si è ispirato il legislatore in Spagna.
Una buona premessa per provare a governare questo passaggio
epocale.
note:
1 Marie Magdeleine
Chatel, Il disagio della procreazione, Il Saggiatore, 1995.
2 Jacques Testart, L'uovo trasparente, Bompiani,
1988.
3 Rosi Braidotti, Soggetti nomadi, Donzelli,
1995.