Ida Dominijanni

Relazione a Giudit
13 maggio 2002 Roma Libreria Bibli

Non tantissime cose. Nel senso che il documento ne lascerebbe dire moltissime. E' un documento molto ricco, secondo me anche troppo; c'è un troppo pieno secondo me nel documento. Io sceglierei invece pochissime cose, premettendo -come mi ha chiesto Mariagrazia- una specie di cappello, sull'atmosfera politica.
Io non so se è in atto una controriforma
Per me è durissima valutare; e io non sono capace, nel senso che c'è un problema di elementi di realtà e surrealtà di questa controriforma.
Un mio amico veneziano dice che ormai noi in Italia viviamo eternamente sul bordo tra la tragedia e la barzelletta e purtroppo è abbastanza vero questo; anche se, dopo Genova, la mia percezione della situazione è cambiata; e io penso che penda più sul versante della tragedia che della barzelletta. Però, è vero, la situazione politica in cui ci troviamo ha degli elementi di surrealtà.
Il principale elemento di surrealtà io lo sento proprio, se incrocio i dati di riflessione sulla situazione politica e l'osservazione dei rapporti tra uomini e donne.
C'è di sicuro un tentativo controriformistico sulle forme del vivere associato, in particolare sulle forme della relazione sociale tra uomini e donne e fra donne. Il problema è che però, secondo me, le donne mediamente vivono questo tentativo come un tentativo surreale, perché non si impianta su una situazione di sconfitta sociale.
Cioè l'assurdità della situazione è che questo tentativo controriformista si impianta su una situazione di vittoria sociale. Io lo so che questo tema reca giudizi controversi tra di noi, io penso che in gran parte il femminismo ha vinto in questo paese e ha vinto moltissimo. Perché la quantità di libertà femminile in più che noi vediamo agire intorno a noi e dentro di noi e fra noi è infinitamente di più di quella che c'era 30 anni fa. Questo dato secondo me è un dato che fa piazza pulita di altri metodi di valutazione più frequenti, ma secondo me più inappropriati, metodi di valutazione interni alle misure sociali che il femminismo ha contestato.
Esempio classico: il femminismo ha detto che la politica non è solo quella istituzionale, e tampoco, solo quella parlamentare; invece si continua a parlare se il femminismo ha vinto o perso, a partire da quante donne ci sono in Parlamento. È come se io stabilissi che non voglio più scrivere con le penne, ma solo con le matite; e uno continuasse a misurare quello che scrivo in base al colore dell'inchiostro della penna.
Quindi secondo me questa controriforma fa leva non su un elemento di debolezza femminile, o non tanto su un elemento di debolezza femminile, ma su un elemento invece di revanche maschile, comune alla destra e alla sinistra, rispetto appunto al guadagno delle donne.
Io penso che noi, in generale, le donne con cui ho a che fare, che fanno politica, etc., sulla questione della revanche maschile, non abbiamo le idee chiare. Io penso che la revanche maschile invece sia un motore potentissimo di quanto sia accadendo. Penso che sia anche una delle ragioni per cui questo testo passa con tanta facilità: passa sugli uomini della sinistra, cioè non c'è mai una barriera maschile, poi parlo delle donne, anzi ne parlo subito.
Quanto alle donne, se prendiamo le donne che agiscono nella rappresentanza (mi dispiace che non c'è Marcella Lucidi che se n'è andata via), io penso che possiamo spegnere, se dobbiamo parlare di questo, perché la verità è che loro hanno spento la contraddizione del sesso all'interno delle istituzioni.
Sono un paio di legislature che è accaduto questo. Non è accaduto sotto la destra, ma sotto un governo di centro sinistra. C'è stato uno spegnimento della questione e quindi naturalmente si creavano delle stranissime situazioni. Bisogna eleggere il giudice della Corte Costituzionale: i maschi riescono a intrappolarsi in una situazione da manuale, di lotta senza uscita, cioè proprio da manuale, sembrava fatta a tavolino. Situazioni chiuse, ecc.. Era facilissimo creare un banco per l'elezione di 2 donne; era talmente facile da essere scontato, ovvio. E' finita con la maglietta "Io voto donna" sotto il tailler con un gesto così, provocatorio, l'ultimo giorno, fuori tempo massimo. Perché bisogna sempre fare la battuta, per l'appunto la barzelletta, quando la situazione è tragica. E quella invece era una situazione in cui un minimo, non un massimo, ma un minimo di pratica politica avrebbe messo gli uomini del Parlamento di destra e di sinistra di fronte all'inevitabilità di eleggere le donne. Era proprio facilissimo. Ecco, questa fantasia di pratica politica non c'è mai nel Parlamento, e non c'è ormai da quasi dieci anni.
Di questo abbiamo discusso più volte, siamo tornate a discuterne. Maria Luisa Boccia è come me molto appassionata al tema, cioè che cosa le donne che stanno dentro le istituzioni sono riuscite a sprecare, a buttare del femminismo italiano, e io penso che sia un conto che prima o poi va fatto. Però badate che questa situazione che noi, uno perché siamo a Roma, due perché molti tra cui la sottoscritta la viviamo come deformazione professionale perché abbiamo la vicinanza delle istituzioni ecc.. Ma non è una situazione che sia generalizzabile nella società italiana, perché nella società italiana c'è moltissima forza femminile a fronte di, diciamo, una crisi di identità e di autorità maschile: secondo me non c'è crisi dell'autorità maschile, c'è proprio un collasso dell'autorità maschile. E questa è la situazione che le donne vivono; quelle che non stanno dentro Montecitorio, e non sono ossessionate da come funziona la rappresentanza.
Per cui la questione se la controriforma di Bossi, Berlusconi… Poi Berlusconi sulle donne non vuole fare tanto controriforma. Bisogna tenere presente questo: che c'è un elemento che fa da ostacolo. La variante Berlusconi su queste cose è stata una variante di temperamento rispetto ad aspetti più reazionari, più ferocemente reazionari. Lui l'ha detto in un paio di occasioni pubbliche, che la questione della fecondazione assistita era una di quelle che facevano perdere voti.
Lui ha un'idea delle pratiche femminili. Per quanto distorta, ma ce l'ha. Ma gli altri non ce l'hanno proprio. Lui tempera, magari nei tempi, non nella sostanza.
Comunque io penso che non abbiamo gli strumenti per capire se questa controriforma passa o non passa nel senso comune femminile. Io sarei portata a dire che non passa. Cioè che le donne si mobilitano poco anche perché non ci credono. Perché è talmente distante l'idea che noi possiamo tornare indietro sulla 194. Sottoporre le donne a una norma vessatoria in materia di procreazione assistita, è un'idea talmente lontana dal senso comune che è anche difficile mobilitare su questo. Allora cosa vedo? Io vedo la possibilità che questa situazione, proprio perché è molto scollata da una condizione materiale, renda più forte il distacco dalla mediazione giuridica: il classico distacco dalla mediazione giuridica di cui parlava Luigi Ferrajoli.
E' noto che nella storia del genere femminile le donne hanno spesso fatto a meno della mediazione giuridica. L'hanno saputa driblare più volte. Ne sono vissute ai margini. Insomma hanno un rapporto storicamente non necessario.
Io penso che la situazione che c'è adesso accentui questo rapporto labile, sul quale poi dopo torno perché su questo devo dire delle cose a Luigi Ferrajoli.
L'altra questione che rende fragile in questo momento, e anche incerto secondo me, il rapporto con la mediazione giuridica ed è anche la questione rispetto alla quale il contesto a me sembra tutto condivisibile con il tutto ma mi da l'impressione che poi tutto pieno di una pienezza che non coglie invece elementi di crisi molto molto sostanziali.
L'altra questione è il problema che noi viviamo ormai, si vede tutti i giorni, lo diciamo da trent'anni, ormai si vede tutti i minuti, in tempi di crisi assoluta dell'universalismo filosofico e giuridico.
Io non so che effetto ha fatto a voi questa vicenda olandese dell'assassinio di Fortuyn.
Io ne sono rimasta molto turbata perché penso che non c'entri nulla col razzismo di Le Pen e Haider. E che invece la vicenda sia una vicenda eclatantemente rivelatrice della crisi all'ultimo stadio dell'universalismo. Che non è quello assimilatore.
Il problema oggi dell'universalismo non è la sua tendenza assimilatrice. C'è anche quello; però la situazione non è più come 30 anni fa. Il problema è giudicare che ne è dell'universalismo che ha affrontato il problema della diversità, non di quello che non l'ha affrontato.
C'è un universalismo differenzialista, c'è un universalismo che si è fatto carico delle differenze sociali, delle politiche del riconoscimento, del riconoscimento delle diverse identità, del multiculturalismo ecc. ecc. Ed è questo che non tiene. Non tiene perché non vaccina, come è evidente sia dall'esempio olandese sia da altri esempi. Non vaccina da fenomeni di forte rigetto e di violento conflitto fra le differenze.
Su questo io penso che il testo di Giudit sia un po' da rielaborare: va benissimo dire che la differenza di genere complica lo scenario delle differenze, e lo fa spesso leggere in modo diverso.
Apro e chiudo una parentesi: secondo me, se sull'immigrazione non cominciamo a ragionare in termini sessuali, noi non capiamo proprio niente. Scambiamo per razzismo episodi di rifiuto femminile d'invasione maschile, scambiamo per miseria femminile la volontà di molti immigrati di lasciare il paese d'origine per impossibilità di sopportare, di vivere situazioni troppo tradizionaliste. Usando la categoria degli immigrati al neutro con significato maschile, cominciamo a non capire nulla. Cominciamo a non capire come ci possa essere per esempio un rifiuto femminile del tutto comprensibile di invasione di comunità di soli maschi. Perché per me se vengono nel mio quartiere 1000 magrebini, il problema mio non sono 1000 magrebini sono 1000 maschi, ecco. Ma questo non circola.
Altresì, continuiamo a scambiare per disperazione femminile quella che porta molte donne di ceto medio che poi si proletarizzano, venendo qui a fare le colf pur di non vedere più mariti violenti in Russia, violenti ubriaconi che le riempiono di botte, ecc. Queste preferiscono venire a fare le badanti. Ma non per disperazione, non è per la disperazione materiale. E' che non sopportano i rapporti interpersonali a cui sono costrette dalla loro cultura d'origine.
Era una parentesi questa all'interno del discorso che stavo facendo sul multiculturalismo e sul fatto che la variabile di genere complica la sua lettura. Giustamente la complica, la rende appunto più aderente alla realtà.
Su tutto questo sono d'accordo. Come sono d'accordo anche sul fatto che l'analisi e il lavoro sulla soggettività femminile ci ha aiutato a capire che il soggetto è sempre un soggetto differenziato, situato, in relazione, in contesto. Sono d'accordo su una impostazione che in questo caso va sul culturale e sull'auspicio che il linguaggio dei diritti diventi un linguaggio comune. Ma -scrivete voi giustamente- senza che sia un linguaggio etnocentrico, né assimilazionista.
E già qui la difficoltà è enorme. Appena si prova a estendere il linguaggio del diritto a due che non lo condividono, si sa benissimo che la difficoltà è molto forte e che non ci si trova di fronte a difficoltà formali o comunicative, ma di fronte a difficoltà culturali e sostanziali.
Tutto questo per dire che io non posso che restituirvi una mia personale enorme incertezza e inadeguatezza di fronte al problema di come si reinventa la mediazione giuridica in tempi di crisi di universalismo -e ripeto non di crisi di universalismo assimilitore, ma di universalismo pluralista basato su riconoscimento delle differenze e sul multiculturalismo e fluidificazione del patto sociale attraverso le diverse identità.
Naturalmente io ho un'idea filosofica, ma non ce l'ho affatto giuridica. Filosoficamente io penso che bisogna lavorare sulla differenza che scava dentro ciascuna identità e che la differenza (so che su questo Maria Luisa Boccia è d'accordo: ci ha scritto un libro sopra) non si oppone concettualmente all'eguaglianza, ma si oppone concettualmente all'identità e al modo di ragionare sempre e solo in termini identitari.
Ragionare sulla differenza significa appunto per me lavorare sempre sui risvolti differenziali di ciascuna identità a partire da quella individuale. Per l'appunto non lavoro mai sul pieno della mia identità, ma sempre sul bordo della sua crisi, nei suoi punti di vuoto e di incertezza, Non lavoro mai sulla pienezza dell'io, lavoro sempre sul rovescio di questa pienezza e così provo a ragionare anche in termini sociali.
Però che io sappia il diritto è un linguaggio, fortissimamente incentrato sulla logica dell'identità. Quindi più che moltiplicare questa logica per tutte le differenze sociali, nonché per la differenza di genere, io non l'ho visto riuscire a fare altro. Allora la domanda è: riusciamo a pensare un diritto adeguato non alla logica identitaria, ma quelle che noi chiamiamo la logica della differenza basata sul rapporto tra singolarità e ciò che è comune, invece che basata sull'identità?
Io non so se questo è possibile, non so rispondere a questa domanda, so semplicemente formularla. Quello che so è che le donne hanno contribuito però a far valere una pratica della differenza, non il riconoscimento delle differenze, ma una pratica della differenza, che è servita in primo luogo a dire una cosa (che a Luigi Ferrajoli non piace che io invece dico) che è il fatto che c'è dell'altro oltre il diritto. Le pratiche politiche del femminismo hanno a mio avviso relativizzato la mediazione giuridica.
Diciamo, riflettendo sulla posizione obliqua delle donne rispetto al diritto. Questo essere dentro, ma anche fuori. Esserne compresi, ma anche esserne ai margini. Essere assimilate e non esserlo mai fino in fondo, ecc. ecc.. Certamente ad una conclusione generale noi siamo arrivate, e cioè che il patto sociale non vive di sola mediazione giuridica, né essenzialmente di mediazione giuridica. Io penso che questo debba essere sempre tenuto presente sia per quello che riguarda direttamente la mediazione giuridica sia per quello che riguarda ciò che della mediazione politica assomiglia di più alla mediazione giuridica, comprese tutte le logiche della rappresentanza, ed una serie di nessi tra le due cose che qui non posso dipanare. Però, da questo punto di vista, sono d'accordo con quello che diceva prima Maria Luisa Boccia. In generale potrebbe rilanciare carattere originario e originale delle pratiche politiche delle donne proprio in questo momento e che proprio in questo momento io penso che noi ci troviamo in una situazione scomodissima e finisco su questo.
Almeno io personalmente mi trovo in questa situazione ogni giorno. Da una parte vorrei difendere la mediazione giuridica rispetto agli attacchi di tipo reazionario e Luigi Ferrajoli aveva parlato di attacchi all'habeas corpus. Sono anche d'accordo nel leggere l'elaborazione femminista sulla libertà come un'elaborazione sostanzialmente incentrata sulla corporeità. Penso che sia una lettura legittima, giusta, e anche feconda in tempi di biopolitica, perché in effetti dice la portata generale del pensiero femminile. Oggi è il corpo che è di nuovo al centro di una serie di tecniche del potere, e anche di una serie di mosse normative del potere.
Ed è chiaro che siccome noi siamo state in qualche modo le prime a capire questa centralità, questo può essere un elemento di generalizzazione delle scoperte teoriche del femminismo.

Quindi, per un verso, io mi trovo a dover difendere la mediazione giuridica laddove essa è tutela di qualche cosa: per es. è tutela dell'habeas corpus, è tutela dagli eccessi polizieschi, dallo strapotere economico, politico, dal conflitto di interessi; per altro verso sempre di più mi rendo conto e so che questo non è esaustivo, e quindi, per altro verso, per ogni rafforzamento, presidio della mediazione giuridica e di ciò che essa ha garantito nella fase del costituzionalismo, io mi trovo anche a dover marcare un passo in più di allontanamento, che non è diffidenza, rivendicazione di estraneità; è consapevolezza che con quella non ce la faccio: senza di quella non ce la faccio, solo con quella non ce la faccio. E' in questa forbice che dobbiamo ricominciare a muoverci. Secondo me anche con cose che ci cascano addosso da qui a pochissimo: penso alla questione della procreazione assistita. Come al solito si dovrà dire, da una parte, quello che non funziona giuridicamente della proposta di legge e, dall'altra parte, dire tutto ciò che è fuori da quel linguaggio e che però è l'unica cosa che può dare sostanza a una battaglia di libertà femminile. Non crederei, non darei neanche 5 lire di scommessa ad una battaglia di libertà femminile che parta dalla legge e arrivi alla legge. Sappiamo che non sono operazioni che ci riescono.