Donne, uguaglianza, guerra
Letizia Gianformaggio
1. I diritti delle donne afghane
Una ragione essenziale del nostro essere qui, e dell'aver dato vita a
GIUdIT è l'interesse profondo nutrito per il tema dei diritti delle donne,
cioè della libertà, ad esse garantita dal diritto, di scegliere
individualmente e coltivare il proprio modo di essere. Perciò ogni volta
che questo interesse nella società si approfondisce, e si esprime, non
possiamo che essere liete, e fiere.
Ebbene, ci sono alcuni diritti di alcune donne, nei confronti dei quali, di
recente, l'interesse si è indubbiamente approfondito, è stato
ripetutamente, e con compiacimento, espresso, e poi si è di nuovo prontamente
assopito, quando le tremende vicende che lo hanno occasionato non hanno più
goduto degli onori delle prime pagine della stampa..
Sono i diritti delle donne Afgane, di cui sarebbe stato impossibile, oppure
imperdonabile, non parlare in questa sede. Sono i diritti al femminile che,
a livello planetario, negli anni recenti (esattamente a partire dal 1996), sono
stati calpestati con la maggiore determinazione, intransigenza e violenza. Ma
questa tragedia, al di fuori di circoli ristretti e appassionati (circoli di
donne, appunto), non ha riscosso nessun interesse. Nemmeno quel moderato interessamento
che la distruzione di alcune statue del Budda ha suscitato a livello tanto dei
governi quanto dell'opinione pubblica internazionale. Oggi poi (ma è
un oggi che in questa società dell'effimero, è già ieri)
sono stati issati su equivoche bandiere. Infatti la loro rivendicazione è
stata prodotta, se non a motivazione, almeno a parziale giustificazione di un
intervento armato di un furore difficilmente digeribile. Un furore che non si
esaurisce nelle azioni belliche, che perdurano anche se a video spenti; ma che
va oltre, e si esprime contro gli individui catturati nel corso delle suddette
azioni.
Gioia e fierezza, dunque, dovrebbero accompagnare ogni progresso sul terreno
dei diritti delle donne e della relativa consapevolezza. Ma questa volta invece
nutriamo un senso forte di disagio, che non è dovuto solo alla evidente
precarietà dei progressi compiuti.
Turba naturalmente che i diritti delle donne (peraltro non garantiti) vengano
pagati con così tanto sangue, e con il sangue delle donne e di tutti
i soggetti oppressi ben più che degli oppressori. Turba anche, e soprattutto,
che la giustificazione addotta esplicitamente per lo scatenarsi della furia
sia una "legittima difesa preventiva" (categoria giuridicamente malferma)
o meglio una vendetta, per un'azione terroristica. L'azione è imputata
agli stessi torturatori delle donne, ma il fatto è che nei loro confronti
si era testimoniata implicita benevolenza, fino a che si era potuto supporre
che "si limitassero" a torturare queste, senza rivolgere strumenti
offensivi all'esterno del loro "dominio riservato".
Siamo dunque in presenza, in modo palese, di un arretramento nei confronti dell'appello
ai diritti umani, con cui erano state giustificate le ultime guerre. Non voglio
tacere il fatto che la strumentalità di questo appello era già
stata più volte denunciata; e che il tema della legittimità degli
interventi armati in relazione alle sfere in cui si incontrano, e si scontrano,
diritti umani, sovranità, doveri e diritti d'ingerenza è molto
dibattuto. Ma quello che voglio qui sottolineare è che, anche chi ritenga
che l'appello ai diritti umani in questi casi è sovente mistificatorio
(una "derivazione", l'avrebbe chiamata Pareto) deve riconoscere che
stavolta non c'è stata neanche questa mistificazione. Non ce ne era bisogno.
Non c'è più bisogno di richiamarsi ai diritti umani, ai diritti
di tutti, cioè in definitiva all'uguaglianza. Stavolta non sono perite
persone che, nonostante le ovvie differenze di fatto, sono uguali a noi di diritto,
cioè moralmente. Stavolta a morire siamo stati proprio "noi".
E allora, per lo scatenamento della violenza, non c'è più nessun
bisogno di giustificazioni "umanitarie". Naturalmente poi, se tra
gli "effetti collaterali" delle bombe, oltre alle morti, alle devastazioni
e alla fame c'è anche la promessa del ristabilimento dei diritti violati
delle donne, tanto meglio: un vantaggio per il consenso da guadagnare all'operazione,
vantaggio che, comunque, viene strumentalmente ricercato solo se e fino a che
si ritenga possa essere di una qualche rilevanza.
Tutto ciò è una dimostrazione inequivocabile della sostanziale
profonda noncuranza, meglio del sostanziale profondo disprezzo per i diritti
umani, per l'uguaglianza, e per i diritti delle donne, che sono invece la ragione
prima del nostro impegno di donne giuriste.
2. La "guerra al terrorismo"
Non è più, infatti, neanche presentata come "guerra umanitaria"
quella che viene combattuta oggi in Afghanistan, alla quale con tanto entusiasmo
il governo italiano ha sgomitato per partecipare. Viene presentata come "guerra
al terrorismo"; ma, come tale, ancora giustificata mediante appello a valori
morali oltreché a norme giuridiche (mentre per la verità è
combattuta in violazione delle norme giuridiche). Ne sono testimonianza assolutamente
esplicita gli appellativi grossolanamente attribuitile: giustizia infinita,
libertà duratura.
Come donne giuriste sentiamo dunque di avere pieno titolo a partecipare al dibattito
aperto in argomento, anche ovviamente in considerazione del fatto che, come
appena visto, pure della preoccupazione per i diritti violati delle donne ci
si è fatti scudo per legittimare l'azione.
Già il 21 settembre 2001, a dieci giorni dall'attentato alle Twin Towers,
il filosofo Michael Walzer (un filosofo insospettabile di 'pacifismo' e che
infatti non si dichiarava pregiudizialmente contrario all'intrapresa di azioni
militari americane), notava tuttavia sul New York Times che nell'espressione
"guerra al terrorismo" il termine 'guerra' può avere un significato
solo metaforico, per significare "struggle, commitment, endurance".
"Un'azione militare, anche se ci potrà essere, non è la prima
cosa a cui dovremmo pensare. Perché in questa "guerra" al terrorismo
altre tre cose hanno la precedenza: efficienti operazioni di polizia che superino
i confini nazionali, una campagna ideologica per affrontare e confutare tutti
gli argomenti e le giustificazioni a favore del terrorismo, ed un'azione diplomatica
seria e sostenuta" (M. Walzer, First, Define the Battlefield, NYT. 21 Sept
2001).
Invece, dall'inizio dei bombardamenti in Afghanistan, l'espressione "guerra
al terrorismo" ha cominciato ad essere usata letteralmente, e continua
ad esserlo; come se di una "guerra al terrorismo" quale tipo particolare
di guerra, abbia un senso parlare in un contesto di discorso rigoroso, scientifico,
che non può che essere il discorso giuridico, dal momento che dalla qualificazione
delle operazioni come "guerra al terrorismo" si vogliono far discendere
conseguenze giuridicamente rilevanti (per es. l'inapplicabilità di "tutto
lo ius in bello elaborato nel XX secolo": S: Andò, in Quaderni Costituzionali,
Forum). Una conseguenza di ciò è il campo X-Ray a Guantanamo.
Ed invece, è facile riscontrare che l'espressione "guerra al terrorismo"
assolutamente non fa parte del lessico giuridico internazionalistico.
I casi di intervento armato contro le basi dei "terroristi" vengono
giustificati come "legittima difesa preventiva" dagli Stati Uniti
e da Israele, che adduce tanto motivazioni di difesa individuale quanto giustificazioni
di tutela obiettiva del diritto (ad esempio nel caso dei blitz israeliani contro
le basi dell'OLP in Tunisia e in Libano, di quello americano in Libia). Ma in
tutti questi casi la Comunità degli Stati ha condannato recisamente l'uso
della forza. Ed anche la Corte Internazionale di Giustizia nella sentenza del
27 giugno 1986 sul caso Nicaragua c. Stati Uniti si è pronunciata per
la illegittimità delle "sanzioni" implicanti l'uso della forza
armata contro fatti internazionalmente illeciti (su tutto ciò cfr. G.
Ziccardi Capaldo, Terrorismo internazionale e garanzie collettive, Milano, Giuffrè,
1990, pp. 109-121). Il termine tecnico-giuridico proprio del lessico internazionalistico
per definire la "guerra al terrorismo" o la "legittima difesa
preventiva" è 'rappresaglia': e la rappresaglia è, così
come lo è il terrorismo, un illecito nel sistema della Carta delle Nazioni
Unite.
3. Identità, differenze, incroci.
Nel diritto interno degli stati impegnati nelle azioni di rappresaglia si sono
avute, quali ricadute di questa situazione, provvedimenti emanati in patente
violazione del principio di eguaglianza.
Un caso assolutamente eclatante ed agghiacciante è quello dell'Executive
Order del presidente degli Stati Uniti d'America che propone l'istituzione di
Corti militari per i cittadini stranieri sospettati di terrorismo. Ma, a parte
ciò, è la guerra in sé e per sé a significare la
violazione dell'eguaglianza, perché designa un procedimento di polarizzazione:
noi e gli altri, ovverosia il bene e il male. E gli altri, che sono il male,
è legittimo escluderli, avvilirli, ed ucciderli: vanno quindi negati
nel loro valore di persone. La guerra, con questa polarizzazione, produce una
censura sulle, ed un ottundimento delle, capacità riflessive e critiche,
e delle attitudini alle analisi e alle distinzioni. Distinzioni tra individuo
e gruppo, distinzioni tra individui, distinzioni tra individui e leaders politici,
distinzioni tra individui e governi, distinzioni tra individui e culture.
La confusione più grave che viene operata nel clima indotto da quel preteso
tipo particolare di guerra che è la "guerra al terrorismo"
è ovviamente la confusione tra individui e culture, che va insieme alla
rappresentazione delle culture come statiche, monolitiche ed impermeabili.
Da questa rappresentazione segue che le politiche possibili nei confronti delle
culture particolari sono solo due: l'assimilazionismo in nome di valori universali
(cioè, ovviamente, i propri), o il comunitarismo relativistico, che riconosce
ad ogni cultura tutti i diritti.
Ma i presupposti di fatto di entrambi gli atteggiamenti sono errati. Si tratta
di opinioni basate su credenze false. Infatti, è ben possibile che esista
un "nocciolo duro" delle identità. E' solo possibile, sostengo,
perché non mi pare affatto certo che tale nucleo sia da considerare un
fatto, e non una interpretazione. Ma sicuramente variamente estesa è
la zona di penombra, la frontiera in cui tutto si mescola e tutto cambia.
E' una zona in cui né l'individuo né la cultura sono centrali,
ma è centrale l'intreccio, e quindi l'intersoggettività, lo scambio.
In cui non c'è una linea netta a separare il dentro e il fuori, noi e
loro. E qui diventa chiaro che ogni persona vive in sé stessa l'incontro
e la tensione dell'identità e dell'alterità, l'appartenenza ad
identità molteplici (M. Wieviorka, La differenza culturale, tr. It. Laterza,
2002, pp. 70-72). "Sappiamo che le identità non costituiscono un
dato immutabile, atto unicamente a riprodursi o a sparire, sappiamo che sono,
almeno in parte ciò che ne fanno le nostre società. Ciò
vuol dire che vi è posto, in materia, per una riflessività, una
capacità di considerarle a un secondo grado, come frutto del lavoro della
società su se stessa, e non come alterettante sfide o minacce" (op.
cit., p. 188).
Ebbene, il pensiero delle donne, che tanto ha lavorato su identità differenza
uguaglianza, arricchito dal pensiero giuridico che sa maneggiare gli strumenti
per la tutela e la valorizzazione dei contenuti di queste, secondo noi può
dare un contributo rilevantissimo a tale riflessione.
A condizione che non rinunci ad una pregiudiziale: il bando, il ripudio incondizionato
della guerra che è la negazione in re ipsa dell'eguaglianza e delle differenze.
Senza questo ripudio, a tali valori verrà tributato solo un omaggio verbale,
retorico.