Affidamento condiviso
Tamar Pitch
L'affidamento condiviso come standard viene salutato dalla maggior parte della
stampa e degli altri media come il mezzo migliore per assicurare ai minori di
genitori separati la continuità dei rapporti con ambedue i genitori stessi.
Insomma, il famoso miglior interesse dei minori sarebbe ciò che ha guidato
la redazione di questa proprosta di legge, l'ultima in ordine di tempo, perché
molte sono già state redatte e presentate nelle scorse legislature. Sempre,
è il caso di sottolinearlo, a cura di qualche associazione di genitori
(sopratutto padri) separati.
Quest'ultima non la conosco nei dettagli, nè ho ancora letto la relazione
che l'accompagna, ma da quanto si legge sulla stampa sembra ancora più
macchinosa delle altre. Ciò che qui mi interessa però mettere
in evidenza sono le seguenti questioni: 1) dietro il superiore interesse del
minore, almeno finora, si è nascosta la volontà dei padri separati
(i quali sono quelli che di solito non hanno l'affidamento dei figli, sopratutto
piccoli) non tanto di mantenere il rapporto con i figli, ma di contribuire economicamente
il meno possibile al loro mantenimento e last but not least esercitare un controllo
sulla vita dell'ex-moglie; 2) quando, dopo la separazione, non permangano forti
conflitti tra gli ex-coniugi, il rapporto tra padri e minori affidati alle madri
non dipende di certo da una legge, ma dal buon senso, nonché dall'effettivo
desiderio e disponibilità dei padri di stare con i figli; se vi sono
ancora forti conflitti, l'affidamento condiviso si può ben trasformare
in arma impropria nelle mani di uno dei due contendenti (per esempio, quello
presso cui il minore non vive) per ricattare e controllare l'altro: l'interesse
del minore non mi pare granché tutelato in questo caso. Anzi, si possono
facilmente configurare situazioni in cui ciascun genitore cercherà con
tutti i mezzi di accaparrarsi il benvolere del figlio, e viceversa il figlio
si troverà nella situazione ideale per ricattare i due genitori a proprio
favore.
Ma facciamo il caso di due genitori separati di una città grande, o anche
media, che non vivano l'una accanto all'altro. Poniamo che la figlia minore
abiti, come probabile, con la madre. Se va a scuola --e, naturalmente, ci va--
sarà probabile che vada ad una scuola vicino casa, ossia mediamente più
vicino alla casa della madre che a quella del padre. Ciò significa che,
non diversamente da ora, con l'affidamento esclusivo, vedrà il padre
sopratutto nei week end. Tutti i week end? o solo quelli in cui il padre è
disponibile? nel primo caso, si ha che la madre non avrà che raramente
l'occasione di passare con la figlia un tempo non segnato da obblighi e doveri
quotidiani. Nel secondo, l'organizzazione della madre sarà soggetta all'arbitrio
del padre. Ma questo è ciò che rischia di succedere sempre, con
l'affidamento condiviso, quando i diritti sono gli stessi tra i genitori, ma
obblighi e responsabilità ricadono sopratutto su uno dei due, quello
presso cui la figlia vive. Specialmente nei casi di conflitto non risolto --i
più frequenti-- ci si può immaginare che cosa potrebbe succedere,
e le conseguenze non solo per il genitore presso cui la figlia abita, ma per
la figlia stessa. Pensare di dirimere la questione attraverso un regolamento
minuzioso che spartisce tra i due compiti e responsabilità, oltre che
diritti, è faccenda di un razionalismo patetico e denso di conseguenze
perverse, per tutti i protagonisti.
Quanto al rimedio che questa proposta (e altre precedenti) prefigura ad una
situazione di conflitto tra separandi, essa è il rinvio, da parte del
giudice della separazione, degli ex-coniugi ad un ufficio di mediazione. Troppo
ci sarebbe da dire sul successo odierno della mediazione e della sua retorica:
tuttavia, mi limiterò a notare come i mediatori stessi ritengano che
la mediazione abbia qualche speranza di successo solo quando vi si acceda volontariamente,
e quindi non obbligati da un giudice. Metto per ora soltanto tra parentesi il
fatto, ben noto laddove si fa mediazione familiare da più tempo e messo
in luce in particolare dalla critica femminista, che essa finge che i contendenti
siano pari, sullo stesso piano, sia per ciò che riguarda le risorse economiche
sociali e culturali possedute, sia per quanto riguarda il desiderio di vivere
con i figli. Questa finzione gioca evidentemente contro chi, viceversa, sia
più debole dell'altro su uno o tutti questi piani.
3) Per ultimo, ma non in ordine di importanza, rilevo come l'affidamento condiviso,
prassi in parecchi paesi europei, sia stato fortemente criticato da giuriste
e sociologhe come modalità di intervento pesante, da parte dei padri,
sulla sfera di autonomia delle loro ex-mogli. Si configura qui un ritorno della
paternità/patriarcalità non più giustificata in senso tradizionale,
ma facendo appello alla logica e al linguaggio dei diritti: dei padri e dei
minori, fondati, i primi, paradossalmente, su un riduzionismo biologico (i legami
di sangue), i secondi su un presunto bisogno psicologico ad avere due figure
parentali di sesso diverso, pena non solo l'infelicità, ma il rischio
di devianza (delinquenza, tossicodipendenza). Il Padre, dunque, recupera il
suo potere, se non sul piano simbolico, su quello giuridico e sociale: egli
è necessario, anzi indispensabile, non solo per il benessere dei figli,
ma per quello della società nel suo complesso. Come alcune relazioni
alle proposte di legge precedenti quest'ultima dicevano esplicitamente, chi
cresce "senza padre" è a rischio per sé e la società
tutta.
Non voglio soffermarmi qui sul clima di sospetto e criminalizzazione che circonda
oggi, proprio quando essa può configurarsi come una scelta piuttosto
che come una costrizione, la maternità singola. Mi limito a notare, ancora,
le seguenti cose: le ricerche dimostrano che, per lo più, i padri non
chiedono l'affidamento dei figli, specie se piccoli e femmine; la maggior parte
dei conflitti ,nelle separazioni giudiziali, riguarda questioni economiche;
molti padri separati tendono a sparire, o quasi, dalla vita dei figli. Bisogna
subito aggiungere che molto di questo può essere dovuto sia all'atteggiamento
ostile delle madri separate, sia alla cultura prevalente, che incide sia sui
padri che sulle madri, nella misura in cui vede con disapprovazione la madre
separata che "rinuncia" al figlio.
Dice, per esempio, Hela Mascia : "se proviamo a guardare l'affidamento
dal punto di vista del cambiamento femminile, se esso è realmente avvenuto
in maniera profonda e collettiva, questa proposta potrebbe anche risolversi
in uno scatto di libertà femminile. Nessuno immagina che le donne possano
rinuciare ai figli, tantomeno i padri. Ebbene, nel caso passasse la norma, la
donna regredirebbe al ruolo di governante sottoposta, nel privato, al controllo
dell'ex-coniuge. Io donna lascerei i miei figli al padre e invertiirei finalmente
i ruoli di cura e assistenza, visto che la legge mi consente di vederli in qualsiasi
momento e di partecipare alla loro educazione".
D'altra parte non si deve dimenticare che, come ancora le ricerche unanimemente
dicono, in corso di matrimonio sono le madri a seguire da vicino la vita quotidiana
dei figli, a prendersi di fatto cura di loro. I nuovi padri sono, per ora, un
fenomeno mass-mediatico piuttosto che la realtà italiana. Possiamo anche
deprecarla, ma finché non cambia è dificile imputare soltanto
a pregiudizio ideologico l'attuale affidamento esclusivo alle madri, quando
i genitori si separano.
Che pensare poi dei programmi che i genitori separandi devono presentare al
giudice nel caso in cui proprio non si possa dare l'affidamento condiviso? Il
giudice dovrebbe valutare quale dei due programmi è migliore per la bambina
e di conseguenza affidarla a quello dei due che l'ha presentata. Si tratta forse
di un'azienda? quando poi si sa che anche i programmi aziendali devono e saranno
aggiustati in corso d'opera... Dov'è qui la flessibilità tanto
decantata per altre situazioni? e cos'hanno a che vedere programmi scritti con
la vita delle relazioni affettive e di cura?
E', questo, un altro di quei casi in cui una disciplina giuridica minuziosa
e invadente produce molti più guai di quelli che vorrebbe evitare o prevenire.
A meno che i veri intenti, neanche tanto impliciti (rimando di nuovo alle relazioni
d'accompagnamento dei progetti di legge precedenti) siano in realtà di
punire, oltre che controllare, le ex-mogli (e, attraverso di loro, le madri
singole) e riaffermare tramite legge i diritti e i poteri dei padri, giacché
che cosa di fatto sia possa o debba divenire la paternità non solo non
è più chiaro, ma non è terreno di riflessione da parte
dei padri, o potenziali tali, medesimi. La riflessione su di sè da parte
degli uomini viene così, come in altri casi, elusa attraverso il ricorso
ad una norma giuridica che sembra innovare, laddove viceversa restaura (anzi,
invano cercherà di restaurare) un modello familiare ormai imploso.