LE MUTILAZIONI DEL CORPO: TRA RELATIVISMO E UNIVERSALISMO.
OLTRE I DIRITTI FONDAMENTALI?

LYDA FAVALI

Premessa

"Niemand lügt so viel als der Entrüstete" (Friedrich Nietzsche).


Un lavoro sulla mutilazione genitale femminile (da qui in poi MGF) espone il suo autore al rischio di essere considerato etnocentrico . Il termine 'mutilazione' è rifiutato dalle persone coinvolte nella pratica, in quanto ritenuto offensivo e ingiurioso. 'Se parliamo di mutilazioni la gente dirà di non praticare alcuna mutilazione'.
Emerge, qui, un contrasto fra relativismo ed universalismo, piuttosto comune, del resto, quando si trattano argomenti che coinvolgono il pensiero e i costumi tradizionali . I relativisti sottolineano il diritto di ciascuno a conservare intatto il proprio sistema di valori ed un corrispondente 'diritto di essere lasciati soli' nelle decisioni attinenti alla sfera personale (per usare la terminologia di Roe contro Wade, il famoso caso che introdusse il diritto all'aborto negli USA). Questa posizione, spesso ammorbidita in modo da renderla più tollerabile alla coscienza occidentale, fu apertamente sostenuta da Jomo Kenyatta. Proprio come la circoncisione ebraica, la clitoridectomia rappresenterebbe la conditio sine qua non del complessivo insegnamento della legge, della religione e della morale tribali. Smith, parafrasando Kenyatta e sempre con riferimento ai Kikuyu, afferma che 'i valori e la cultura peculiari della tribù sarebbero probabilmente scomparsi senza la cerimonia di circoncisione'.
Gli universalisti, che attualmente sembrano dominare il dibattito, si oppongono alla pratica sulla base dei comprovati effetti sulla sessualità femminile (quest'ultima è per lo meno 'radicalmente modificata' dalla MGF), oltre che dei rischi per la salute, altrettanto certi, che l'intervento può causare sia nel breve che nel lungo periodo. Sempre secondo gli universalisti, il relativismo culturale ed il rispetto per le diverse tradizioni possono essere facilmente utilizzati come cortina di fumo dietro cui celare l'inerzia.
Concordo senz'altro con i relativisti sull'importanza di evitare un approccio etnocentrico all'argomento. Un atteggiamento di condanna è di scarsa utilità, poiché impedisce di osservare la 'sfaccettata complessità di quanti sono definiti come "altri" oppressi'. Tuttavia, muovendosi fra due sistemi di valori in conflitto fra loro, non è facile per l'osservatore 'al di fuori della cultura' impegnarsi nella critica di una tradizione senza essere considerato a priori imperialista, etnocentrico, o reo di usare un linguaggio o un atteggiamento di condanna. Le difficoltà nel condurre uno studio imparziale, invero intrinseche ad ogni tipo di ricerca , aumentano quando l'argomento è estremamente delicato, ed al centro del dibattito internazionale.
Per altro verso, il tentativo di pervenire alla mancanza assoluta di ogni 'arroganza' può indirettamente e surrettiziamente contribuire a legittimare una pratica che non è rara o marginale, ma al contrario regolare e istituzionalizzata, e che, almeno nelle sue forme più radicali, causa una modificazione permanente ed irrimediabile degli organi genitali femminili esterni. Il paradosso di considerare la MGF una 'consuetudine', come hanno fatto molti sostenitori della teoria della non interferenza, è che questo non significa affatto che il cambiamento non sia possibile: una 'consuetudine' è, per sua natura, destinata a mutare, e non è detto che ciò avvenga in tempi lunghi, qualora vengano meno o siano smentite le ragioni per cui è sorta.
Non è mia intenzione, tuttavia, unirmi al coro delle voci di coloro che si oppongono alla pratica, né al partito, minoritario, di coloro che ne promuovono la conservazione. Scopo del presente lavoro e' indagare le origini, la diffusione e le ragioni della mutilazione genitale, femminile e maschile. Gli Autori, in maggioranza, evitano accuratamente di approfondire l'argomento, giudicandolo 'di impossibile soluzione'. Rari sono gli studi che hanno collocato la MGF in un contesto antropologico più ampio. I temi della mutilazione, del mito e del rito, sui quali si è lavorato moltissimo, in special modo nella prima parte del secolo scorso, sembrano attualmente destare un interesse assai modesto. La chirurgia genitale maschile e quella femminile sono poi, di regola, studiate separatamente. Inoltre, mentre il tema degli interventi praticati sulle donne ha stimolato la opinione ed il dibattito pubblici, la stessa attenzione, con poche eccezioni, non è stata riservata alla circoncisione maschile. La vecchia scienza europea trattava della circoncisione maschile addirittura dimenticando il fenomeno delle mutilazioni femminili.
Per contro, una panoramica sulla maggioranza dei lavori sulla MGF dà l'impressione che i loro autori siano quasi sempre troppo ideologicamente schierati. L'impostazione corrente, ormai cristallizzata, vede la mutilazione femminile come pertinenza quasi esclusiva dei 'Women's Studies' e della letteratura medica espressamente dedicata al tema. Certo, è comprensibile che gli scritti di coloro che sono stati attivi nella trentennale battaglia volta a eradicare la MGF riflettano coinvolgimento e preoccupazioni personali. D'altronde, non svolgendo gli Stati e le organizzazioni internazionali il ruolo di meri osservatori, è parimenti logico che essi non adottino un atteggiamento neutrale. Questo eccesso di zelo ideologico, tuttavia, fa sì che importanti elementi concernenti l'origine ed il significato delle pratiche di chirurgia genitale siano lasciati in ombra, o non presi in considerazione del tutto. In particolare, la spiegazione corrente della MGF quale strumento per controllare la sessualità femminile (il che è naturalmente vero: non vi è dubbio che la MGF abbia questo scopo, e comunque di certo ha questa conseguenza) è posta spesso in primo piano rispetto alle ragioni per le quali la pratica è sorta.
Molte questioni restano aperte. È lecito dubitare, in particolare, che la MGF sia stata unicamente una 'questione di genere' fin dalle origini. Collocando il dibattito in una prospettiva comparata, è possibile osservare che la mutilazione è un tema interculturale. Una lunga serie di mutilazioni corporali è stata praticata da uomini e donne in diverse parti del mondo e in diversi periodi storici. E le mutilazioni non sono di certo limitate ad interventi sugli organi sessuali. Con notevole incisività Whitman afferma - esaminando un ventaglio di antiche fonti cinesi, greche, romane e germaniche - che si sarebbe tentati di rappresentare lo stato di natura come 'un sistema religioso basato sul sacrificio' dove le mutilazioni 'rivelano la preoccupazione di mantenere un appropriato ordine cosmologico'. Attraverso l'analisi di tali fonti l'Autore rivela 'un complesso universo mentale ove la perfezione fisica era connessa, sia alle principali cerimonie religiose, sia a una sorta di mappa della gerarchia sociale'. Analoga cura nel collegare il corpo con l'ordine sociale è espressa da Douglas, la quale afferma non sia possibile interpretare i vari rituali 'senza essere pronti a vedere nel corpo un simbolo della società e a vedere le potenzialità e i pericoli proprii della struttura sociale riprodotti in scala minore sul corpo umano'.
Se la mutilazione è il simbolo di una certa società, o se è comunque legata alla cosmogonia della medesima, è logico dedurre che essa non abbia un significato univoco, uguale per tutti. Per contro, la mutilazione, e la mutilazione sessuale come sottocategoria di questa, acquistano significato solo con riferimento ad un codice socioculturale definito. L'atto è rifiutato qualora esso sia compiuto in un contesto non in armonia con le norme sociali. L'atto distruttivo legittimato dalla legge non ha, invece, un significato negativo, ma, al contrario, quello di ripristino, è il marchio dell'ordine individuale e sociale. Come in campo medico, esso rappresenta la terapia e la via di redenzione; la guarigione passa attraverso l'inflizione di una sofferenza meno dolorosa.
Ho adottato questa prospettiva allargata come punto di partenza per la mia analisi, confidando nella sua utilità per approfondire la comprensione del tema. La seconda chiave di volta del presente lavoro è distinguere le ragioni per cui queste pratiche sono nate, e le ragioni per cui si sono mantenute. Questa decostruzione non e' fine a se stessa. Se e' possibile dimostrare che il contesto in cui la MGF è sorta e' radicalmente cambiato, mentre le ragioni della sua permanenza, o del suo revival in funzione anti-modernista, sono venute meno, allora si e' individuato un supporto ai tentativi di abolizione della pratica su una base diversa rispetto a quella, prevalente e forse anche etnocentrica, della sua contrarietà ai diritti umani fondamentali
Questo saggio lasciera' forse delusi coloro che sono alla ricerca di dati di diritto positivo. Gli scritti a cio' dedicati, per chi desiderasse approfondire l'argomento, sono assai numerosi. Mancano invece studi trasversali sulla mutilazione. Ho ritenuto utile, pertanto, cercare di ricostruire un quadro di riferimento, nonché, dato il ritardo con cui sono partiti gli studi in materia, iniziare a stabilire dei punti fermi, che io stessa, o altri, potranno approfondire in futuro.
Un cenno, dunque, all'importanza di un approccio multidisciplinare. Le conoscenze disponibili nei diversi settori giovano a ricostruire un mosaico altrimenti difficile da assemblare. Dalla filosofia postmoderna apprendiamo che il dibattito sul corpo e sulla sessualita' si e' sviluppato e trasformato in ossequio a strategie precise, che variano a seconda del contesto sociale e storico. L'antropologia chiarisce che la MGF contribuisce alla creazione e alla demarcazione dei ruoli sessuali: il rito è una 'parte cruciale della creazione dell'identità di genere'. Per comprendere il contesto sociale in cui questa ha avuto origine, suggerimenti preziosi sono offerti dagli studi paleoantropologici, demografici, genetici, mentre la teoria economica della path dependence aiuta a far luce sui motivi della sua ultramillenaria permanenza.
Il lavoro è strutturato nel modo seguente: alla classificazione delle forme di MGF, seguono alcuni cenni ai tipi di chirurgia genitale maschile (sezioni 1.1 e 1.2), quindi i dati relativi alla diffusione e alla (probabile) origine geografica della mutilazione femminile (sezione 2.1). Nelle sezioni 2.2 e 3 sono prese in esame le razionalizzazioni fornite dagli appartenenti alle società che praticano la mutilazione, quindi il ruolo delle religioni (Islam e Cristianesimo) nel perpetuarla. Nelle sezioni successive e' approfondito il significato della mutilazione genitale: dimostrero' come la descrizione della MGF esclusivamente quale strumento di sottomissione della donna sia riduttiva, e come le pratiche di mutilazione genitale maschile e femminile, costituiscano piuttosto epifenomeni di un archetipo comune, dal significato diverso e più ampio rispetto a quello di un atto di repressione sessuale tout court. Mi soffermero' poi sulle ragioni dell'incomprensione occidentale, che ritengo dovuta all'assenza di designazione unitaria per concetti che invece risultano interrelati presso le societa' che praticano la mutilazione (sezione 4). Nelle sezioni 5 e 6 sono approfonditi i motivi della permanenza della pratica. Dimostrero' da ultimo come, dato il cambiamento di contesto ed altre variabili, le ragioni dell'abolizione siano oggi in grado di prevalere sulla tradizione


Dove e quando la MGF ha incominciato ad essere effettuata?

Secondo Hosken, nel 1998, circa 150 milioni di donne nel mondo avevano subito qualche forma di MGF. L'Africa (con esclusione di Algeria, Marocco e Tunisia) vanta senz'altro il primato nella diffusione della chirurgia genitale, la quale è tuttavia comune a vari paesi del Medio Oriente (Bahrain, Yemen, Oman, Emirati Arabi, Sud della Penisola Arabica e Golfo Persico). Stati che si conformano strettamente alla regola islamica - quali Iran, Iraq, Libia, Arabia Saudita - e la Siria sembrano non effettuarla, ma il dato potrebbe anche dipendere dall'assenza di indagini ad hoc. Casi di chirurgia genitale sono altresì riportati in India, Indonesia, Malesia, nonché presso gruppi indigeni in Brasile, Colombia, Messico e Perù. In Occidente - in particolare in Gran Bretagna e negli Stati Uniti - si fece ricorso all'escissione per il controllo delle 'deviazioni sessuali', nonché dell'isteria, del lesbianismo e della ninfomania, almeno fino al 1950.
Non è noto dove e quando la pratica abbia avuto origine. Le teorie proposte fino ad ora possono essere ricondotte alle ipotesi della origine indipendente e della origine comune. Secondo i sostenitori di quest'ultima, la MGF sarebbe sorta nel Corno d'Africa o, alternativamente, in Egitto, o ancora nella Penisola Arabica, e da questi luoghi si sarebbe poi estesa alle altre regioni. I sostenitori della genesi indipendente obiettano che la diffusione pressoché universale della MGF non è compatibile con l'origine localizzata in un'unica area del mondo.
È possibile, ad ogni modo, che la chirurgia genitale femminile sia assai più antica di quanto non si sia ritenuto fino ad oggi. Reperti archeologici e prove documentarie attestano la esistenza di due antiche ed affollate vie marittime, di cui l'una collegava l'India all'Egitto ed all'Africa Orientale, l'altra l'India all'Indonesia. La diffusione della MGF nelle diverse aree geografiche potrebbe essere passata anche attraverso questo tramite. Secondo Nelli, la MGF in Africa risalirebbe a 5.000-6.000 anni prima di Cristo, cioè all'età neolitica, e potrebbe essere comune all'intera umanità preistorica.
Sebbene non via sia accordo circa l'origine, africana o asiatica, della pratica, la attuale diffusione geografica della MGF sembra confermare la tesi della origine africana. L'Africa nord-orientale rappresenta attualmente lo zoccolo duro della MGF, ed in particolare della infibulazione. Si è affermato, ad esempio, che l'infibulazione ha avuto origine in Nubia (Sudan Meridionale) prima dell'arrivo degli Arabi, e da qui si sia diffusa ad Est (Mar Rosso), Nord-Est (Kordofan e Darfur), e Sud (area nilotica). Secondo numerose fonti storiche, l'Egitto sarebbe stato il centro dei rituali di circoncisione.
Dieck suggerisce che vi siano elementi per suffragare la tesi della esistenza della pratica nell'Egitto predinastico (sono state ritrovate mummie egiziane clitoridectomizzate). Gli Ebrei e gli Arabi avrebbero appreso le tecniche della escissione e della infibulazione dagli Egiziani. La pratica sarebbe stata inizialmente appannaggio delle classi dominanti, costituendo un segno distintivo per le donne delle caste superiori (appartenenti alla dinastia del re e alla casta sacerdotale).
Le fonti storiche sembrano indicare che la infibulazione abbia origine più recente della escissione. Ancora una volta, numerose fonti si riferiscono al Corno d'Africa. La infibulazione femminile è menzionata per la prima volta da Maqrizi nel XIV secolo: il riferimento è ai Beja del Sudan. Due testimonianze, rispettivamente di Pietro Bembo e Zar'a Ya'kob si riferiscono all'Africa orientale del XVI secolo. Rodrigo da Castro (1689) fornisce una descrizione dell'infibulazione, praticata 'fra Arabi musulmani abitanti nei dintorni della città di Babel Melec', probabilmente vicina allo stretto di Bab-el-Mandeb, che separa il Mar Rosso dall'Oceano Indiano.

Motivazioni di carattere religioso?

In questa sezione è analizzata la posizione delle religioni rivelate nei confronti della mutilazione femminile, oltre che la funzione delle medesime nel perpetuarla. Vi sono opinioni assai confuse sulle origini della pratica, spesso presentata quale dovere religioso. Guardando alle fonti storiche, ad esempio, è possibile osservare che i Portoghesi ritenevano che la MGF in Etiopia fosse di derivazione ebraica, mentre secondo Zar'a Ya'kob si sarebbe trattato di una tradizione islamica, poi diffusasi fra i cristiani del regno. In passato, molti autori hanno utilizzato la prevalenza della mutilazione genitale nelle comunità islamiche come argomento contro l'Islam. Tuttavia, nel Corno d'Africa, come si è visto, la circoncisione è parimenti diffusa fra musulmani, ebrei (Falasha) e cristiani (copti e cattolici).
Le religioni monoteiste, fin dalle origini, bandirono ogni tentativo di menomare la integrità fisica dei genitali in quanto sacrilegio contro la creazione. In seguito, tuttavia, talvolta esse tollerarono le varie pratiche, talvolta contribuirono a garantirne la osservanza, prescrivendo anche modalità rituali per effettuarle (si veda l'esempio della circoncisione maschile ebraica).
In particolare, per quanto riguarda l'Islam, è necessario analizzare separatamente le diverse pratiche. L'infibulazione non è né prescritta né consentita dalla shari 'a: non vi sono riferimenti ad essa nelle fonti islamiche, né vi è un termine speciale per definire la pratica in arabo o nei linguaggi cuscitici. La maggioranza degli studiosi concorda su questo punto. Più discusso è se vi siano testi religiosi islamici di rilievo che possano essere considerati in favore della escissione femminile e della circoncisione maschile.
È indubitabile che la chirurgia genitale si accompagni, oggi, ad una ipervalutazione del valore della castità femminile, cui tutte le religioni esaminate attribuiscono grande importanza: la purezza è l'onore della donna; il sesso deve essere controllato all'interno della struttura della famiglia ufficiale. Sia le fonti storiche (supra, 2.1), sia quelle religiose, provano tuttavia che la MGF è anteriore alla diffusione delle grandi religioni. Queste ultime sembrano ricercare, piuttosto, una razionalizzazione a posteriori della pratica. Non è prudente contrapporsi ad una usanza radicata di cui i proseliti non vogliono l'abolizione; più saggio è, invece, cercare di convivere con essa. Quando la religione viene a contatto con la tradizione, quest'ultima viene allora assimilata e presentata come parte del culto. Le religioni svolgono dunque un ruolo fondamentale 'a giochi fatti', ovvero per legittimare la pratica e contribuire alla sua conservazione.

Le ragioni dell'incomprensione

Vediamo ora, se sia possibile qualche considerazione ulteriore sulle ragioni della mutilazione. Ritengo utile sottolineare, ancora una volta, l'importanza di una trattazione quanto più possibile unitaria dell'argomento. La marginalizzazione della MGF e la sua separazione dagli altri atti di intervento e disposizione del corpo non ha giovato, fino ad ora, né alla comprensione delle motivazioni che ne sono alla base, né ai tentativi abolizionisti.
In Occidente, il dibattito sul corpo ha trovato terreno fertile in ambito teologico. Tale dibattito è pervaso, tuttavia, da una costante ambiguità. Il corpo da un lato simbolizza il sacro. Le religioni occidentali asseriscono la sacertà del corpo in quanto creato ad immagine di Dio, riflesso sulla terra del divino. Un aspetto è il divieto di cibarsi di sangue e, più in generale, il valore del medesimo nella tradizione giudaico cristiana. Il corpo, tuttavia, simbolizza anche il profano Il corpo, tuttavia, rappresenta anche il profano e questo ha legittimato, storicamente, procedure di segno contrario rispetto alla sua conservazione e intangibilità . La mutilazione lecita rientra in questo secondo corpo, un corpo profano che si affianca a quello sacro: il secondo intangibile, il primo tangibilissimo.
Ma che dire di un passato più remoto, sia nell'ambito della cultura occidentale, sia presso le civiltà terze? Per comprendere le ragioni della mutilazione ritengo che il contesto sia assolutamente essenziale. Ed il contesto si può ricostruire, a contrariis, proprio partendo dalla società occidentale, cioè dal punto di vista più familiare a chi scrive e, nella maggior parte, a chi legge. In Occidente, e nemmeno troppo indietro nel tempo, hanno avuto luogo una serie di divorzi fra concetti che invece risultano saldamente coesi presso molte fra le società che praticano la mutilazione. Porre in evidenza la storicità di questi divorzi, per contro, aiuta a a comprendere che anche in tale caso si è in presenza di una 'tradizione'. 'Noi' come 'loro', insomma. La razionalità occidentale non dovrebbe costituire l'osservatorio privilegiato per valutare (e giudicare) le culture altre. Il riconoscere la storicità delle separazioni porta a gettare un ponte con 'tradizioni', con cui l'occidentale ha molti più punti in comune di quanto non pensi. Questo forse può disturbare.

Quale estetica?

Nel mio articolo sulla Rivista Critica, ho osservato come alcune giustificazioni della MGF siano basate su fattori estetici (supra, 2.2.1). Ma di quale estetica si tratta?
Il concetto di estetica fondato sulla distinzione tassonomica tra bellezza, bontá, giustizia e virtú non é affatto generalizzabile a culture terze rispetto a quella occidentale, ed é relativamente recente anche presso quest'ultima. Solo a partire dal 1700, infatti, allorche' l'estetica occidentale si è separata dalla scienza e dalla filosofia morale, esse hanno viaggiato su binari paralleli. Per contro, in Platone il concetto di bello assume uno strettissimo rapporto con il bene. Nella sua filosofia troviamo una stretta connessione, e non di rado uno scambio, tra l'idea del bene (a?a???) e l'idea del bello (?a???) Più in generale, presso i Greci, ?a??? aveva una gamma di significati più estesa di quello corrispondente all'attuale concetto di bello estetico, comprendendo anche qualità della mente umana e del carattere, quali giustizia, armonia, simmetria e buone proporzioni. La filosofia pitagorica rafforzó la convinzione che la regolarità è garanzia di armonia e bellezza. Questo principio divenne un assioma nella estetica antica. Nella concezione dei greci il ragionevole, il buono ed il bello si identificavano in ciò che è ordinato, regolare, mentre ciò che è irregolare è considerato come ????, ovvero ciò che non può essere né buono né bello. Bellezza come ordine, proporzione, misura, dunque. E non solo.
Ritengo che questo sia il tipo di estetica con cui e' necessario misurarsi per comprendere le ragioni della mutilazione. Leggendo in questa luce le spiegazioni tradizionali offerte per legittimarla, è possibile osservare come tutte presuppongano un concetto di bello assolutamente affine alla ?a??a?a??a greca. Per alcune, la connessione con l'estetica è palese: l'eliminazione della 'imperfezione' fisica, il raggiungimento della armonia delle forme. Per altre, tale legame è meno visibile per l'occidentale, ma risulta comunque evidente presupponendo un concetto di bellezza 'ampliato' rispetto a quello cui siamo abituati: la mutilazione risponde ad una estetica intesa come purezza, forza, coraggio, basata sulla netta demarcazione dei ruoli sessuali ed ottenuta attraverso l'eliminazione degli elementi 'ambigui' nel corpo. Ritengo che queste spiegazioni possano essere estese senza difficolta' alla circoncisione maschile, e a molte altre forme di mutilazione. Si tratta dunque di una bellezza insieme estetica, scientifica e morale. Non e' di scarsa rilevanza che il termine tigrino tsebuq e quello arabo hasan possano essere utilizzati per indicare indifferentemente i concetti di: buono, perfezione, bellezza, simmetria e armonia.

Una mutilazione funzionale?

Vi sono inoltre elementi per ritenere che esista una connessione tra la mutilazione (femminile) e mezzi di base per il sostentamento del gruppo: la terra per i popoli dediti all'agricoltura, il bestiame per i gruppi nomadico pastorali.
Auffret individua l'origine della MGF nelle trasformazioni che hanno segnato il passaggio dal Paleolitico al Neolitico. Dopo aver osservato che 'l'odio sistematico' per la sessualità femminile potrebbe riflettere una situazione di previa supremazia e potere della donna, l'Autrice dimostra che i valori patriarcali, fallocratici e guerrieri consacrati dalla storia ufficiale sono del tutto estranei alla preistoria umana. Per contro, dal Paleolitico pare emergere una figura di donna non confinata al ruolo materno: 'sottili e slanciate cacciatrici figurano sui muri delle caverne insieme alle 'veneri' steatopigie: fra questi due aspetti della donna nessuno dei due domina l'altro'.
L'immagine della donna che è solo madre apparirebbe unicamente nel Neolitico, a seguito della scoperta dell'agricoltura. Divenuto per la prima volta produttore di beni, l'uomo creò la famiglia, nonché regole sulla proprietà privata e sulle successioni, in modo da garantirne la sopravvivenza. La terra è al centro delle sue preoccupazioni. Tuttavia, per poter essere produttiva, questa deve essere opportunamente coltivata. Inoltre, deve essere protetta contro i terzi. A tal fine, fu inventata la guerra e la pace divenne una 'pace armata'. La violenta soppressione della sessualità femminile costituirebbe una precondizione per lo sviluppo di un sistema patriarcale basato sulla famiglia stanziale, poiché in esso la paternità è importante quanto la maternità per la coesione della famiglia e della proprietà. Senza una soppressione violenta, la paternità non sarebbe mai stata certa.


Origini e permanenza

È dunque possibile che vi sia una strategia speciale alla base della mutilazione, ossia che questa sia stata utilizzata strumentalmente, al fine di garantire e consolidare un'organizzazione e un ordinamento patriarcali. Tuttavia, bisogna intendersi, se di strategia è possibile parlare, questa rileva allorché si tratta di perpetuare l'applicazione della mutilazione, di cristallizzarla nel tempo. Certo, come nell'arte, nella magia nulla è puro diletto e decorazione, ma tutto risponde ad esigenze e criteri specifici. Tuttavia, la funzionalità della mutilazione è in principio meramente magica, e pertanto completamente a-funzionale agli occhi occidentali che non sono avvezzi a vedere un fine nella magia.
È fondamentale tenere distinti l'origine e il contesto di permanenza di una certa pratica. Solo in quest'ultimo si da' alla mutilazione una vernice utilitaristica, evidente nelle spiegazioni tradizionali secondo cui la mutilazione è sempre 'sommamente vantaggiosa per qualche ragione. Le si fa cioè indossare un abito nuovo, non tanto per giustificare ai singoli membri del gruppo la sua permanenza nell'immediato (il soprannaturale a questo scopo sarebbe più che sufficiente), ma al fine di legittimare la sua perpetuazione a tempo indeterminato. Occorre, pertanto, svecchiarla delle giustificazioni che appaiono ormai meno rilevanti e adornarla di quelle più nuove e attraenti.
Se avvengono cambiamenti profondi che causano trasformazioni radicali, l'appello alla tradizione diviene un modo per fingere che non sia cambiato nulla rispetto al passato (reale o ricostruito ad hoc), al fine di perpetuare il potere. Enfatizzare la continuità può essere una strategia: la ricostruzione delle genealogie, talvolta fittizie, è una tecnica, nota, per legittimare la regola (solitamente la propria) su tutte le altre, nonché per conservare il potere (sicuramente il proprio).
Devono essere lette in questa luce le affermazioni, comuni a molte società tradizionali secondo cui la mutilazione costituirebbe un elemento della 'unità culturale del paese' (supra, Premessa). Anche questa è una strategia precisa: cambiano i detentori del potere, e coloro che lo hanno assunto, o altri se i primi rifiutano la tradizione, cercano di adoperarsi per conservarla. Ecco allora che la mutilazione, che sia nel passato (e trascuriamo il fatto che il concetto di 'stato' si è sviluppato in Africa di recente, di certo assai dopo l'invenzione della MGF) ma anche nel presente è universalmente diffusa, trascendendo chiaramente i confini culturali e quelli degli stati, viene elevata ad elemento caratterizzante quella particolare cultura, quel particolare gruppo etnico, quel determinato stato.
E' poi importante non sottovalutare il peso dell'inerzia nella conservazione della regola giuridica. Eliminare una regola consolidata non è affatto semplice. Ritornando alle MGF, molti individui sono interessati alla loro permanenza: gli operatori tradizionali, i quali perderebbero una occupazione, nonché fonte di reddito e status; le famiglie, che preferiscono non correre il rischio che i loro figli siano ritenuti partner inadatti al matrimonio; gli uomini del soprannaturale, i quali dovrebbero spiegare a tutte queste persone perché hanno cambiato idea sull'argomento ecc..
Talvolta, i principali alleati della tradizione nella conservazione della regola giuridica sono proprio gli individui (o i gruppi) che avrebbero le ragioni più valide per auspicarne il superamento. Questo spiega perché siano proprio le donne a praticare la mutilazione femminile e gli uomini quella maschile, ed inoltre perché siano proprio coloro cui la mutilazione é inflitta a resistere con maggiore accanimento all'abbandono della medesima. Un cambiamento di cui non sono prevedibili le conseguenze fa paura, mentre una tradizione consolidata crea aspettative, certezze ed anche una economia, seppure su scala ridotta, funzionale alla sua perpetuazione. La tendenza, inerziale, alla conservazione della regola (inefficiente o efficiente, giuridica, magica, sociale ecc.) a tempo indeterminato è una costante della civiltà, in Occidente cosí come in Oriente ed in Africa. Tale inerzia, tuttavia, viene meno per effetto della pressione concorrenziale da parte di regole più efficienti, o dotate di maggiore prestigio, o più legittimate in quel dato momento, o semplicemente più forti. Essa è dunque maggiore presso le società tradizionali, in quanto isolate e per lungo tempo al riparo da regole concorrenti.

7 Conclusioni: Un nuovo ordine?

Vi è chiedersi, da ultimo, se sia cambiato qualcosa. Se cioè sia attualmente presente un 'mercato delle regole' forte a sufficienza da indurre all'abbandono della norma tradizionale. La mia risposta è sí, e con ragionevole certezza, almeno nel settore delle mutilazioni sessuali femminili. In questa sezione cercherò di spiegare perché.
La ferma condanna della MGF (mai della circoncisione maschile, questa è cosa nota) è presente a livello transnazionale e si sta diffondendo anche a livello delle singole nazioni. Uno dopo l'altro, gli stati, occidentali e africani, hanno iniziato a progettare leggi contro la MGF, o, quantomeno, a considerare questa quale priorità .
Vi saranno certamente molte esitazioni e, a volte, dei passi indietro nel cammino verso l'abolizione. È possibile che, a tutt'oggi, la comunità internazionale nel suo complesso, e le Nazioni Unite in particolare, che sono le meglio attrezzate per affrontare la circoncisione femminile attraverso le loro numerose agenzie specializzate, non abbiano fatto abbastanza per mettere il problema all'ordine del giorno. È anche noto come la legislazione, di per sé, abbia ben poco significato se resta sulla carta, al livello delle declamazioni teoriche e dei buoni propositi per il futuro. Tuttavia, questo è solo l'inizio di quella che appare come una tendenza ormai assestata verso l'abolizione, e sarebbe ingenuo attendersi un risultato immediato.
Persino i leader religiosi hanno abbracciato la causa. Ho osservato come per lungo tempo l'Islam è stato considerato, erroneamente, quale unico responsabile per l'introduzione e la conservazione della MGF. Di primaria importanza, pertanto, è stata la garanzia espressa dai leader religiosi riuniti a Banjul, che Islam e Cristianesimo non prescrivono né appoggiano la mutilazione femminile, poiché essa ha liberato le donne dalla convinzione radicata che sottoporvisi costituisse un adempimento di ineludibili obblighi religiosi .
Gli esiti di quest'ampia campagna lanciata su scala internazionale non si faranno attendere a lungo, tanto più che e' osservabile una tendenza a utilizzare la MGF come nuova conditionality cui subordinare la concessione dei donativi e dei prestiti allo sviluppo. Quali sono le alternative per il governi nazionali in questo contesto? La domanda è, naturalmente, retorica. La spinta verso il cambiamento è oggi indubbia. La regola tradizionale, non necessariamente inefficiente in passato (la magia è efficiente per definizione per le popolazioni che la praticano, come lo è il sacrificio, per non parlare delle razionalizzazioni in termini di controllo delle nascite o di salvaguardia del gruppo contro gli attacchi degli animali feroci), è comunque divenuta inefficiente con il tempo. Questo, non solo perché sono venute meno le ragioni, magiche ed economiche per effettuare la mutilazione, ma soprattutto perché la sua continuazione penalizzerebbe ancora di più l'Africa sotto il profilo economico e dell'immagine internazionale.
Dopo molte esitazioni e numerosi ripensamenti, il termine mutilazione femminile ha persino cominciato ad essere usato nella documentazione giuridica internazionale, e questo fa capire quanto irreversibile sia, ormai, il processo di cambiamento. Le parole hanno il loro peso. Il termine mutilazione è stato a lungo rifiutato, non certo per prudenza o timore di urtare la suscettibilità dei non occidentali, ma al contrario per coprire uno specifico dolo di inazione. Le formule apparentemente neutrali quali circoncisione femminile, chirurgia genitale, o, peggio ancora 'pratiche tradizionali dannose alla salute della donna', generiche quanto basta per essere prive di significato, sono a lungo servite per tacitare le coscienze e le accuse di inerzia da parte delle femministe occidentali. Con l'utilizzo della parola 'mutilazione', viceversa, si sono aperte le ostilitá.